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domenica 23 dicembre 2012
mercoledì 19 dicembre 2012
Il Che fare di Renzi
martedì 18 dicembre 2012. Categoria: Bar Sport, Autore: Pietro Bussolati

Sono fermamente convinto che il risultato delle scorse elezioni primarie abbia avvicinato il Partito Democratico ai grandi partiti europei di centrosinistra; fino ad allora esistevano componenti liberali di grande spessore culturali ma con un potenziale di consenso ancora inespresso. Matteo Renzi e la sua azione politica hanno comportato due nette novità rispetto al passato.
La prima è che Matteo Renzi si è confrontato in modo aperto e senza reti di salvataggio con tutte le altre componenti del PD, rompendo un patto di sindacato che per anni ha gestito i rapporti di potere e ha gestito in modo coordinato le ultime primarie. La seconda è che si è riusciti a rendere popolari ed elettoralmente efficaci le tesi liberaldemocratiche fino ad oggi relegate al ruolo di animatrici dei think tank del Partito Democratico.
Queste primarie hanno avuto, in qualche modo, l'effetto liberatorio che auspicava Antonio Funicello qualche mese su questa rivista: "e facciamolo questo benedetto congresso…". Oggi il PD è a pieno titolo la casa di chi crede che si possa fare buona politica anche senza finanziamenti pubblici, di chi crede che lo Stato debba essere un autorevole regolatore e non un imprenditore spendaccione e di chi crede che la redistribuzione del reddito e la creazione di pari opportunità non possano che avvenire con il coinvolgimento del terzo settore e della sussidiarietà, facendo emergere dal cono d'ombra il mondo no profit.
Occorre portare queste istanze nei circoli e nelle istituzioni, non per rappresentare una corrente, ma perché a pieno titolo appartengono alla tradizione di un centrosinistra europeo e moderno. Anche in Lombardia é giunto il momento per la concretezza nelle proposte amministrative: parole chiare in termini di vitalizi, trasparenza della pubblica amministrazione e politiche di riduzione del consumo del suolo devono diventare centrali nel lavoro di Umberto Ambrosoli e dei candidati alla Regione.
Per portare avanti tutto questo, l'entusiasmo degli ultimi due mesi non basta. In primo luogo occorre emozionare chi ha partecipato alla sfida delle primarie con l'obiettivo di rinnovare il congresso 2013, invitando i più volenterosi a iscriversi. In secondo luogo dobbiamo dialogare con tutti sui contenuti, indipendentemente dal sostegno al candidato premier alle ultime primarie. Troveremo infatti sulla nostra strada molti che condividono le nostre stesse idee e la voglia di queste istanze di cambiamento. Conserviamo lo spirito aperto che ha contraddistinto questi due mesi. Manteniamo nei comitati lo spirito battagliero che li ha contraddistinti chiedendo però uno sforzo di apertura verso le realtà che le sono più vicine. I comitati, mutato il loro nome in uno che ne contraddistingua il carattere inclusivo e che comporti il superamento della fase delle primarie, dovranno svolgere un ruolo di importanza fondamentale verso i circoli e le strutture del Partito Democratico che hanno dimostrato, nel tempo, di tendere ad una progressiva restaurazione, la loro presenza, la voglia di partecipare, l'azione di critica costringerà il Partito a confrontarsi con un'esigenza di democrazia e libertà di pensiero che potrebbe essere un traino incessante per nuove forme di aggregazione territoriale e azione politica.
Dobbiamo oggi costruire quella casa comune della componente liberal che anima la vita politica di tutti i principali paesi europei, mantenendo in vita i comitati come stimolo e impulso all'interno del Partito Democratico. Quanto creato da Matteo Renzi é un cambiamento epocale nella vita del nostro partito e per questo deve avere la forza per andare avanti con le proprie gambe
domenica 16 dicembre 2012
«Penso sia necessario che la coalizione di centrosinistra si presenti con tutte le sue potenzialità politiche, come è già emerso in sede di elezioni primarie, che hanno espresso con indiscutibile chiarezza la leadership di Pierluigi Bersani. Sinistra e Libertà, Partito Democratico e un'area di centro democratico, con una presenza qualificata di moderati e di riformatori, possono davvero costruire una maggioranza politica in grado di dare sicurezza al Paese e di garantire gli impegni europei e internazionali». E' quanto dichiara in una nota Bruno Tabacci, leader di Italia Concreta, al termine di un incontro con il segretario del Pd, Pierluigi Bersani.
«Non c'è dubbio che in questo quadro assume un ruolo decisivo l'onorevole Giacomo Portas, parlamentare piemontese di qualità con il quale ho una solida sintonia; e che insieme si debba guardare all'evoluzione in atto nel movimento dell'Italia dei Valori che deve superare definitivamente le posizioni più oltranziste che l'hanno appiattita su Grillo - sostiene Tabacci -. In questo senso lo strappo operato dall'on. Massimo Donadi ci pare denso di significati politici e di positive convergenze».
mercoledì 12 dicembre 2012
Bar Sport
L'unica saggezza è quella del popoloSe fosse stato eletto Renzi...
martedì 11 dicembre 2012. Categoria: Bar Sport, Autore: Paolo Donadio

La coincidenza temporale tra gli esiti delle primarie nel PD (2 dicembre) e le mosse di Berlusconi (6 dicembre) è stata sorprendente. Berlusconi ha atteso, paziente, cosa avveniva in casa altrui per definire le proprie chance di ripresa. E l'elezione di Bersani è il risultato che sperava. Ci sono soltanto voluti due - tre giorni per costruire la 'credibilità' dell'annuncio di Berlusconi. E dopo l'elezione di Bersani, era plausibile - e forse prevedibile - il ritorno di Berlusconi. Una tempistica quasi teatrale, nella sua perfezione, per come si sono susseguiti i fatti. Per tale motivo, in virtù della stretta ed evidente correlazione che corre tra i due eventi, proviamo a fare un esercizio di logica e ipotesi, con il rischio di proporre argomenti e ragionamenti che paiono così semplici da essere sensati. Un esercizio con tanti 'se' e qualche 'ma' per tentare di mostrare come, specialmente in questa fase, i sistemi della politica italiana - elettorale, di partito, istituzionale - si spostino e si riassestino, purtroppo, in maniera interdipendente.
Se fosse stato eletto Renzi, Berlusconi non si sarebbe mai sognato di ritornare in campo. Come avrebbe potuto competere, Berlusconi, contro uno come Renzi? Così simile, eppure radicalmente diverso. Come competere contro chi ha preso le distanze dalla socialdemocrazia semplicemente perché non ne ha parlato più? Contro chi sa comunicare come e meglio di lui? Contro chi ha meno della metà dei suoi anni? Contro chi potrebbe surclassarlo in qualsiasi dibattito televisivo? Contro chi rappresenta il centro-sinistra (in Italia, almeno) all'insegna di parole d'ordine quali "comunità, leggerezza, innovazione"? Contro chi risulta talvolta simpatico e un po' guascone, come lui? Contro chi non pronuncia più la parola 'sinistra', e raramente la parola 'destra'? Contro chi non ha neppure il padre comunista? Contro chi dice, senza giri di parole, che vengono prima i programmi e poi, forse, le coalizioni? Berlusconi, semplicemente, contro Renzi non avrebbe rischiato di essere annientato. Contro Bersani, invece, Berlusconi sa di poter risalire la china e riuscire a perdere di misura.
Se fosse stato eletto Renzi, il PDL avrebbe, quindi, tenuto le sue primarie e avrebbe, con buona probabilità, incoronato Alfano leader. Avremmo assistito a un edificante effetto-domino dal PD verso il PDL. Il PDL sarebbe diventato un partito 'normale', europeo, senza più un padre-padrone. Contro Renzi leader, il PDL avrebbe agito - per necessità, più che per virtù - in modo da contrapporre nuove e credibili leve contro i quarantenni dell'altra parte. Avrebbe rottamato i suoi logori colonnelli, così come il PD di Renzi avrebbe rottamato i suoi sempiterni alfieri. Avremmo assistito a uno scontro elettorale tra nuove generazioni che avrebbe aperto la porta della Terza Repubblica, piuttosto che creare le condizioni per la prosecuzione ad libitum dell'infausta Seconda. Le lancette dell'orologio sarebbero state lanciate in avanti, verso una civiltà della cultura politica che non appartiene ancora al nostro Paese. La civiltà del superamento della contrapposizione ideologica posticcia, del vero ricambio generazionale ai vertici di partito, delle regole che mettono fuori dalla stanza dei bottoni la classe dirigente che perde le elezioni o non riesce a contrastare con efficacia il rivale.
Se fosse stato eletto Renzi, la legge elettorale sarebbe cambiata. Avremmo superato il porcellum poiché il porcellum è funzionale soprattutto (ma non solo) agli interessi di Berlusconi. Senza Berlusconi, non avrebbe avuto più senso per il PDL mantenere una legge che consente di infilare in Parlamento quantità industriali di lacchè, inquisiti e donnine in gamba, la cui unica competenza è applaudire e dire sì. Tutti questi personaggi, oggi, da Cosentino in giù, riassaporano invece la possibilità di rientrare in aula dalla porta principale per combattere i pericolosi 'comunisti' che aspirano, di nuovo, al potere. Con un leader più credibile come Alfano (oggi ridotto a fantoccio, né più né meno di un portavoce), la discussione sulla legge elettorale avrebbe avuto toni diversi e non avrebbe rappresentato l'occasione per deprimenti tira e molla, il cui fine pare soltanto quello di prendere tempo onde evitare di decidere. Si sarebbe parlato di partecipazione dei cittadini alla vita politica e di un'estensione delle primarie anche a livello locale per la selezione dei parlamentari. Come norma condivisa di buona politica, e non occasionale strategia del singolo partito. Si sarebbe affermato, una volta e per tutte, un solo principio: mai più un Parlamento di nominati.
Se fosse stato eletto Renzi, il governo Monti sarebbe arrivato senza batticuori a fine mandato, con il sostegno 'responsabile', anche se a denti stretti di PD e PDL. I 'tecnici' avrebbero terminato con relativa tranquillità la legislatura, in quanto non funzionali alla pretestuosa campagna elettorale del centro-destra. E sarebbero usciti di scena con pochi rimpianti, così come non sono esattamente entrati tra folle plaudenti. Con Berlusconi di nuovo in gioco, invece, Monti, Passera & co. diventano utili per costruire una campagna elettorale breve e, si immagina, durissima, incivile come poche, senza esclusione di colpi. Aspettiamoci tanto fango nel ventilatore. Il governo tecnico viene improvvisamente rappresentato da Alfano in Parlamento come il simbolo di una politica disastrosa per il Paese, con il risultato di ricompattare anche l'asse con la Lega. Lasciando proseguire Monti, si sarebbe evitato il brutto colpo di coda della Seconda Repubblica, fatto di ricatti e minacce sulle leggi in calendario. E avremmo archiviato Monti. Invece, in queste condizioni, il Monti sacrificato a destra in nome della campagna elettorale e della risalita nei sondaggi, si ritrova ipso facto nel blocco di centro e centro-sinistra antiberlusconiano. Non sarà facile integrare la 'risorsa' Monti in una compagine di centro-sinistra che schiera, almeno e di sicuro, Vendola e socialisti. Pertanto, Monti potrebbe trasformarsi in un battitore libero a disposizione del centro di Casini, altro che tecnico.
L'esercizio dei 'se' potrebbe continuare, ma… Renzi non è stato eletto, ha vinto Bersani. Una vittoria, la sua, meritata, scontata, anche se non schiacciante. Certo, se avesse vinto Renzi si sarebbero aperti diversi e aspri fronti di guerra all'interno del PD. Ma se pensiamo agli scenari politici nazionali, se pensiamo agli effetti sistemici all'esterno del PD, se pensiamo al nostro Paese in uno scenario politico alternativo e 'de-berlusconizzato', finalmente purificato dalle tossine degli ultimi vent'anni, e se pensiamo al risultato schiacciante che Renzi potrebbe garantire al PD contro Berlusconi, viene da dire: però, che peccato per le primarie…
Paolo Donadio. Ricercatore di Linguistica
inglese della Federico II, Napoli. Si occupa dei fenomeni di
ibridazione del discorso politico e dell'interazione tra lingua e
identità politica (Il partito globale. La nuova lingua del
neolaburismo britannico, Franco Angeli
domenica 9 dicembre 2012
Tabacci su Europa: "Nostra lista centro alleata col Pd"
| Sabato 08 Dicembre 2012 14:46 | |
|
''Il progetto politico che e' alla base della coalizione 'Italia bene
comune' e' quello della responsabilita' e della serieta'. In questo
tempo difficile noi non abbiamo puntato sull'irresponsabilita' o sullo
stallo elettorale per governare di nuovo tutti insieme. Noi vogliamo
concorrere a definire il perimetro di una possibile alleanza di governo
dell'Italia e lo abbiamo fatto con una scelta chiara di fronte al
Paese''. E' quanto scrive Bruno Tabacci in un intervento oggi sul
quotidiano ''Europa''. ''Vogliamo costruire - scrive ancora Tabacci -
un'alleanza di governo sullo schema di quanto la sinistra e il centro
stanno portando avanti ad esempio a Milano con la giunta Pisapia.
Abbiamo idee e contenuti di governo da proporre. E rispetto ai
tatticismi e alle difficolta' in cui si dibatte la Lista per l'Italia
crediamo di avere il vantaggio della chiarezza: agli italiani abbiamo
detto dove intendiamo collocarci e perche' da subito. Convinti che uno
spazio politico e di idee ci sia e non vada lasciato incolto per il bene
della coalizione e del Paese'', conclude il leader centrista. |
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